Nella “fog of war” elettorale si sono persi pure sondaggi e dibattiti

Il primo dibattito presidenziale è emerso all’improvviso dalla nebbia della campagna elettorale, una “fog of war” infittita da filmati dei candidati trovati in qualche cassetto o prodotti ad hoc, epiche battaglie di spot televisivi proiettati sugli schermi saturi di politica nei salotti degli swing state, gaffe che diventano tali soltanto se rilanciate con autorevolezza dai grandi giornali (altrimenti rimangono nel sottoinsieme delle cose già sentite o in quello degli attacchi puerili).
17 AGO 20
Immagine di Nella “fog of war” elettorale si sono persi pure sondaggi e dibattiti
New York. Il primo dibattito presidenziale è emerso all’improvviso dalla nebbia della campagna elettorale, una “fog of war” infittita da filmati dei candidati trovati in qualche cassetto o prodotti ad hoc, epiche battaglie di spot televisivi proiettati sugli schermi saturi di politica nei salotti degli swing state, gaffe che diventano tali soltanto se rilanciate con autorevolezza dai grandi giornali – altrimenti rimangono nel sottoinsieme delle cose già sentite o in quello degli attacchi puerili – sondaggi in preda a una crisi di nervi permanente, con gli stessi sondaggisti “sempre meno sicuri che esista un metodo dietro la follia”, come scrive il settimanale New York. Nonostante sia chiaro che tutta questa nebbia rende la campagna elettorale più oscura, una volta che il congegno è avviato fermarlo è impossibile.
La legge della dinamica elettorale dice che ogni attacco produce un attacco uguale e contrario, così al filmato trafugato dal nipote di Jimmy Carter su Mitt Romney che in privato snobba con aria da plutocrate il 47 per cento degli americani che non paga le tasse, risponde un video del 2007 in cui Obama, durante un evento pubblico, esce dal discorso preparato e in un solo colpo fa l’elogio del reverendo populista e antiamericano Jeremiah Wright e suggerisce che il governo federale non ha aiutato a dovere gli abitanti di New Orleans dopo l’uragano Katrina per ragioni squisitamente razziali. Morale: l’Amministrazione Bush se ne frega dei neri, che era anche la tesi del rapper Kanye West, la cosa che più di tutte ha offeso l’ex presidente, stando al suo libro di memorie. I conservatori di Daily Caller hanno tirato fuori il video, Fox lo ha trasmesso, Matt Drudge lo ha lanciato, la galassia dell’informazione repubblicana lo ha sollevato come trofeo speculare a quello vinto dai democratici con il discorso del “47 per cento”; i media generalisti si sono immediatamente organizzati attorno a una strategia in due punti. Primo: dire che è roba già vista e sentita. Secondo: invece di soffermarsi sui contenuti del video, raccontare come la macchina conservatrice sta montando un caso che non c’è. In mezzo a questa nebbia ci si domanda se non stia sfuggendo qualcosa d’importante.
L’unica certezza con cui si è arrivati al dibattito di questa notte all’Università di Denver è che anche Nate Silver, gran sacerdote dei sondaggi, si guarda intorno con lo sguardo perso. Un sondaggio del Wall Street Journal sui “likely voters” (gli elettori che non sono registrati nelle liste dei partiti ma è probabile che vadano a votare) dice che lo svantaggio di Romney a livello nazionale si è ridotto di due punti rispetto al rilevamento di metà settembre. Ora il presidente guida con soltanto tre punti di distacco sullo sfidante repubblicano. Altri sondaggi dicono l’esatto opposto e altri ancora, più circoscritti e puntuali, dicono che gli ispanici votano Obama a mani basse e le donne bianche della working class non amano Romney. Ancora più significativa è un’altra statistica che riflette il senso di scoramento degli americani verso questa nebbia persistente: secondo il Wall Street Journal, la maggioranza degli americani vorrebbe che entrambi i rami del Congresso fossero controllati da un unico partito, e più della vociante divisione partigiana, più della malizia politica e del gioco delle parti vorrebbe una politica che funziona.
Il motore del Congresso si è inceppato e la disfunzionalità dell’apparato è sotto gli occhi dell’America in questi mesi in cui repubblicani e democratici dovrebbero trovare un accordo sul budget per evitare la punizione autoinflitta del “Fiscal cliff”, il piano di tagli automatici che è una garanzia di immediato ritorno alla recessione. La nebbia domina, insomma, e la sua presenza pervasiva alla lunga fiacca anche gli animi più resistenti. La campagna elettorale americana, un canovaccio attorno a cui si costruisce uno show permanente, è anche fatta di agenti di disturbo, di “october surprise” poco sorprendenti, di accuse troppo basse per essere vere o troppo note per essere efficaci. I portavoce di Obama e Romney hanno dedicato una giornata a capire e comunicare la propria linea sul video dell’allora senatore dell’Illinois, mentre l’economia americana non cresce a sufficienza e la disoccupazione è ferma sopra l’8 per cento, tanto per dire della nebbia.
La congiunzione degli astri elettorali ha l’effetto di eclissare i temi fondamentali per l’America e la stagione dei dibattiti potrebbe teoricamente favorire l’emersione delle idee dalla nebbia; la ricerca dello “zinger”, la battuta salace da rilanciare su YouTube, e l’ossessione per le gaffe – che non si fanno, ma si costruiscono – non aiutano e alimentano l’impressione che qualcosa nella nebbia stia sfuggendo.